L‘arte dei mastri frantoiani…

…riconosceva, già secoli fa, l’importanza di miscelare le varie qualità di olive, allo scopo di produrre oli unici.  Questa sapienza viene tramandata di generazione in generazione, ed è proprio percorrendo la stessa tradizione , che la nostra combinazione tra le varie cultivar piantate nell’uliveto:

“Coratina”“Racioppa di Corato”

“Cima di Mola”“Pasola” o “Gentile di Matera”

“Carolea” o “Cumugniana”

“Ogliarola barese”  o  “Paesana”

Un po di storia

Le origini della Masseria Cariello Nuovo hanno radici profonde piantate nella storia della blasonata famiglia Amendoni, le cui prime tracce compaiono nell’elenco generale delle famiglie nobili del Regno di Napoli già dal 1026. Nel secolo XI, dal capostipite Antonio Amendoni, nacque Nicola, dal quale nel 1550, ai tempi del vicereame spagnolo, ebbero origine i due rami di Acquaviva e Casamassima. Proprio a Casamassima, nel 1603, si stabilirono Pietro Amendoni e suo figlio Gian Domenico. Dal matrimonio di Gian Domenico con Isabella Trotti nacquero Nicola e Donato Lorenzo.

Tra le numerose proprietà degli Amendoni casamassimesi, si annovera la masseria di Cariello, acquistata nel 1656 dai fratelli Cariello di Altamura, sita nella contrada omonima nella via di Noja. Le cronache del tempo raccontano di una feroce pestilenza che in quegli anni si diffuse a partire dalla vicina Bari verso i territori circostanti. La minaccia del contagio giunse anche a Casamassima dove le autorità locali ordinarono di pulire ed imbiancare con calce viva le abitazioni, lavare le monete con aceto e chiudere le porte del paese vietando, di fatto, l’accesso ai forestieri e alle persone non conosciute. Ogni giorno trascorso senza notizie di contagio era salutato con calorosi ringraziamenti a Dio mediante atti di fede e funzioni religiose.

Nella triste circostanza, Donato Lorenzo Amendoni chiese la protezione di San Michele Arcangelo affinché, per sua intercessione, la popolazione di Casamassima fosse risparmiata dal contagio. Come solenne atto di devozione, promise di erigere una cappella in onore del santo invocato. Nel 1658 cessò finalmente il pericolo del contagio e Donato Lorenzo fece edificare un tempio dedicato a San Michele sotto il titolo del Divino Amore e impegnandosi a farvi celebrare le Messe ogni settimana.

La discendenza degli Amendoni continuò con don Diego le cui malcelate simpatie repubblicane lo portarono alla carcerazione nelle Reali Forze del castello di Barletta. Le diverse vicissitudini storiche e giudiziarie condussero don Diego sull’orlo del tracollo economico a cui fece fronte attraverso la vendita di alcuni beni di famiglia. Tuttavia, il fortunato matrimonio con la ricca nobildonna casamassimese Vincenza Fattizza, contribuì a riscattare l’onorabilità del suo casato e a rimpinguare le sue fortune finanziarie.

Nella triste circostanza, Donato Lorenzo Amendoni chiese la protezione di San Michele Arcangelo affinché, per sua intercessione, la popolazione di Casamassima fosse risparmiata dal contagio. Come solenne atto di devozione, promise di erigere una cappella in onore del santo invocato. Nel 1658 cessò finalmente il pericolo del contagio e Donato Lorenzo fece edificare un tempio dedicato a San Michele sotto il titolo del Divino Amore e impegnandosi a farvi celebrare le Messe ogni settimana.

La discendenza degli Amendoni continuò con don Diego le cui malcelate simpatie repubblicane lo portarono alla carcerazione nelle Reali Forze del castello di Barletta. Le diverse vicissitudini storiche e giudiziarie condussero don Diego sull’orlo del tracollo economico a cui fece fronte attraverso la vendita di alcuni beni di famiglia. Tuttavia, il fortunato matrimonio con la ricca nobildonna casamassimese Vincenza Fattizza, contribuì a riscattare l’onorabilità del suo casato e a rimpinguare le sue fortune finanziarie.

Successivamente, dopo i laboratori e le fabbriche agricole, fece erigere l’abitazione principale, dotata di pianterreno e del piano “nobile” superiore, di cui si evincono ancora oggi, curiose testimonianze. Ma, su tutte, in virtù della fede e della profonda devozione tramandata di generazione in generazione, don Donato fece costruire una nuova cappella eretta in onore di San Michele, Divino protettore della famiglia Amendoni e della popolazione di Casamassima.

Nei decenni successivi, don Ascanio, ingegnere ed architetto, nonché appassionato studioso di storia antica, scoprì che il cognome originario del suo casato era Amenduni. Chiese ed ottenne, così, dal Tribunale Civile di Bari, l’assenso legale a modificare il cognome da Amendoni in Amenduni. Tuttavia, già a partire dal secolo scorso, gli eredi della famiglia Amenduni, hanno iniziato ad affermarsi come valenti e stimati professionisti tralasciando il familiare interesse per l’imprenditoria agricola. Negli anni successivi, le innumerevoli proprietà della nobile famiglia sono state per lo più vendute e, ai nostri giorni, i loro discendenti, conservano la proprietà dello storico palazzo di famiglia e della prospicente cappella di San Michele, nel centro storico di Casamassima.

La masseria di Cariello Nuovo e l’annessa chiesetta di san Michele fu acquistata dalla famiglia Iacovelli-Montanaro e restituita al suo antico fascino grazie di una sapiente ed accurata ristrutturazione, operata con la consulenza dell’architetto Giselda Camardella.

Ai discendenti, i pregiatissimi coniugi Maria Iacovelli e Michele Di Gioia, va ogni riconoscenza per l’impegno e la sensibilità dimostrata riportando all’antico splendore “Cariello Nuovo”, bene culturale e storico di pregevolissima fattura.

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